Una decina d’anni fa, il tema dell’abitare migrante, in un pezzo del nord ovest italiano, era il riflesso di una crisi economica profonda e di politiche abitative fragili. La casa non era un diritto garantito, ma un percorso accidentato, condizionato da fattori strutturali e personali. Noi avevamo un quadro che possiamo sintetizzare nel modo seguente.
Le condizioni generali
- Mercato immobiliare rigido: affitti elevati e scarsità di alloggi accessibili
- Accesso al credito bloccato: le banche richiedevano garanzie impossibili per chi aveva contratti precari
- Offerta pubblica insufficiente: edilizia sociale e housing pubblico erano limitati, con liste d’attesa interminabili
- Crisi occupazionale: i migranti, concentrati in lavori poco qualificati, hanno visto crescere disoccupazione e calo dei redditi.
Strategie abitative diffuse
- Affitti condivisi con parenti o connazionali, in misura preponderante, spesso in alloggi sovraffollati e fatiscenti
- Contratti irregolari o subaffitti, in misura molto minore, per aggirare vincoli normativi e costi elevati
- Ospitalità temporanea presso amici e familiari, in misura residuale, soluzione comune per chi era appena arrivato
- Sistemazioni sul luogo di lavoro, tipiche per chi operava nel settore domestico e di cura
- Marginalità estrema: strutture di accoglienza, occupazioni abusive, luoghi di fortuna per chi non aveva alternative.
Specificità per cittadinanza
Le modalità di abitare non erano omogenee:
- Est Europa e Asia: maggiore propensione alla proprietà, sostenuta da reti comunitarie e capacità di risparmio
- America Latina: dinamismo verso l’acquisto, nonostante redditi modesti, con rischio di insolvenza
- Nord Africa e Africa subsahariana: prevalenza di affitti condivisi e ospitalità gratuita, con alta incidenza di irregolarità contrattuale
- Donne dell’Est Europa e dell’Asia: spesso ospitate sul luogo di lavoro, in contesti di cura e assistenza domestica.
Queste differenze riflettevano non solo la disponibilità economica, ma anche le reti sociali e le strategie migratorie: chi poteva contare su comunità solide aveva più chance di stabilità.
Fattori determinanti
Tre variabili influenzavano fortemente la condizione abitativa:
- Anzianità migratoria: chi viveva da oltre dieci anni tendeva alla proprietà; i nuovi arrivati erano confinati in soluzioni precarie
- Status di soggiorno: la legalità era la chiave per accedere a contratti regolari; gli irregolari erano costretti a subaffitti e ospitalità
- Composizione familiare: le famiglie con figli cercavano stabilità; i single erano più esposti all’esclusione abitativa.
Problemi ricorrenti
- Sovraffollamento: conseguenza delle strategie di risparmio, con impatti sulla qualità della vita
- Alloggi fatiscenti: spesso in quartieri periferici, lontani dai servizi
- Irregolarità contrattuale: diffusa tra chi non aveva documenti o garanzie
- Marginalità estrema: strutture di accoglienza e luoghi di fortuna per chi perdeva lavoro o status legale.
Qualche anno fa, quindi, abitare migrante significava a volte, se non troppo frequentemente, sopravvivere. La casa era un bene fragile, esposto alle oscillazioni del mercato e alle rigidità normative. L’abitare sociale è la chiave per rispondere alle sfide dell’integrazione, ma allora questa chiave era poco presente.
Oggi: più stabilità, ma nuove vulnerabilità
Oggi il quadro è più sfumato. Chi ha radicato il proprio percorso migratorio ha migliorato la condizione abitativa: più contratti regolari, qualche accesso alla proprietà, maggiore stabilità per le famiglie.
Ma le criticità non sono scomparse. I nuovi arrivati, chi vive in condizioni di irregolarità o ha perso il lavoro affronta ancora le stesse difficoltà di allora. Inoltre, l’aumento dei costi abitativi e la precarizzazione del lavoro hanno introdotto nuove vulnerabilità: anche chi ha un contratto regolare fatica a sostenere le spese.
Questo alimenta pratiche come il subaffitto e la condivisione forzata, riportando in scena il rischio di sovraffollamento. La casa rimane un bene fragile, esposto alle oscillazioni del mercato e alle rigidità normative.
Le risposte che stanno emergendo
In questo contesto, il tema dell’abitare sociale assume un ruolo centrale. Non si tratta solo di fornire un tetto, ma di ripensare il modo in cui la casa diventa spazio di integrazione e di comunità.
Le soluzioni innovative si muovono in tre direzioni:
- cohousing e coabitazioni: modelli abitativi collaborativi che combinano spazi privati e aree comuni, favorendo la condivisione di risorse e la costruzione di legami sociali
- Comunità intenzionali: gruppi che scelgono di vivere insieme per condividere valori, pratiche e supporto reciproco
- Abitare (extra)ordinario: forme ibride che superano la dicotomia tra pubblico e privato, tra casa e città, creando spazi flessibili e inclusivi.
Queste soluzioni non sono solo risposte pratiche, ma strumenti per affrontare le sfide dell’integrazione. L’abitare sociale è la chiave per rispondere alle sfide dell’integrazione, perché trasforma la casa da luogo di isolamento a spazio di relazione.
Abitare migrante significava sopravvivere. Oggi, significa cercare stabilità e appartenenza. Domani, potrebbe significare abitare insieme, in forme (extra)ordinarie che trasformano la casa in un bene comune.