Cinque parole per capire come cura, accessibilità, relazioni e partecipazione possano cambiare il modo in cui produciamo e progettiamo casa
Una casa è stata appena consegnata.
Gli impianti funzionano, le prestazioni energetiche sono state verificate, gli appartamenti sono occupati. Eppure, nello spazio comune non accade nulla. Le persone si incontrano sulle scale, si salutano, chiudono la porta.
Possiamo dire che quel progetto sia davvero concluso?
È da questa domanda che ha preso avvio l’intervento di MeWe® alla Festa dell’Architetto 2026 di Chieti. Non per cercare una definizione definitiva di buona architettura, ma per osservare che cosa accade quando la casa viene considerata non soltanto come uno spazio da consegnare, ma come una condizione da abitare.
Il buon abitare si costruisce insieme progettando condizioni di cura accessibilità relazione e partecipazione.
Questa è la frase chiave che ha guidato il percorso. Un percorso scandito da cinque azioni: curare, unire, rendere accessibile, fare insieme e trasformare.
Cinque azioni collegate tra loro. Cinque porte attraverso le quali osservare l’abitare collaborativo contemporaneo.
Curare significa non lasciare sole le fragilità
La casa può sostenere.
Può farlo quando accompagna le persone nelle transizioni, offre appoggi quotidiani e permette di chiedere aiuto senza trasformare ogni bisogno in un’emergenza.
L’esperienza maturata osservando e accompagnando progetti abitativi suggerisce che le fragilità contemporanee non siano soltanto economiche. Riguardano la solitudine, l’invecchiamento, l’indebolimento delle reti familiari, le condizioni di salute, la mobilità per studio o lavoro e la difficoltà di conciliare tempi e responsabilità.
Fragilità differenti, dunque. Ma spesso accomunate dallo stesso rischio: essere affrontate in solitudine.
Da qui una possibile definizione:
Curare significa progettare condizioni abitative in cui nessuno debba affrontare da solo la propria fragilità.
La cura, in questa prospettiva, non coincide con l’assistenza. Non trasforma la casa in un presidio sanitario. Riguarda piuttosto il contesto nel quale la vita quotidiana si svolge: relazioni affidabili, servizi accessibili, piccole forme di mutualità e persone alle quali potersi rivolgere.
La solitudine riguarda anche il progetto
Le relazioni incidono sulla salute.
Nella presentazione è stato richiamato il rapporto dell’U.S. Surgeon General sulla connessione sociale. Il documento associa la mancanza di legami sociali a un rischio di morte prematura paragonabile a quello del fumare fino a quindici sigarette al giorno. La connessione sociale viene descritta come una componente essenziale della vita, accanto al cibo, all’acqua e al riparo.
Non stiamo dunque parlando di comunità perché è piacevole avere buoni rapporti di vicinato. Ne parliamo perché la qualità delle relazioni produce conseguenze concrete sul benessere.
La connessione sociale agisce attraverso più dimensioni:
- riduce l’esposizione prolungata allo stress
- rende disponibile un sostegno pratico
- rafforza il senso di sicurezza
- facilita comportamenti favorevoli alla salute
- permette di condividere informazioni e risorse.
La questione, a questo punto, cambia scala. Se la connessione sociale è un’infrastruttura di salute, l’abitare non può limitarsi a fornire metri quadrati.
Mai la casa da sola
La domanda abitativa si sta allargando.
Accanto all’alloggio emergono bisogni di accompagnamento, conciliazione, vita indipendente e supporto alla quotidianità. La casa diventa uno strumento di welfare quando viene inserita in un sistema composto da:
- unità abitative adeguate
- spazi collettivi
- servizi modulabili
- gestione attiva.
La risposta non consiste nell’accumulare prestazioni. Consiste nell’avvicinare risorse e bisogni.
Un servizio di piccola manutenzione, un sostegno educativo, un aiuto temporaneo nella cura, un’attività condivisa o un orientamento al lavoro possono assumere valore perché intervengono nel luogo e nel momento in cui la vulnerabilità si manifesta.
Ma una casa accompagnata da servizi non è ancora una comunità. Per arrivarci occorre compiere un secondo passaggio.
Unire significa andare oltre la vicinanza
Essere vicini non basta.
Persone che abitano sullo stesso pianerottolo possono non conoscersi. Al contrario, persone che dispongono di poche occasioni d’incontro possono sviluppare relazioni affidabili grazie a pratiche comuni e continuità nel tempo.
La prossimità fisica è dunque una possibilità. La connessione sociale è il processo attraverso cui quella possibilità acquista consistenza.
La prossimità è una condizione. La connessione è un processo.
La connessione può essere osservata attraverso tre dimensioni:
- la struttura, cioè numero e varietà delle relazioni
- la funzione, cioè il sostegno che quelle relazioni possono offrire
- la qualità, cioè il carattere positivo o negativo delle interazioni.
Questa distinzione evita un errore frequente: pensare che la presenza di uno spazio comune produca automaticamente comunità.
Gli spazi aprono possibilità
Una sala comune può restare vuota.
Una lavanderia condivisa può ridursi a un servizio pratico. Un orto può essere utilizzato da poche persone senza diventare un’esperienza collettiva.
Lo spazio, da solo, non è sufficiente. Può tuttavia facilitare l’incontro quando è accompagnato da pratiche e regole coerenti.
L’infrastruttura relazionale dell’abitare nasce infatti dall’incontro fra tre elementi:
- gli spazi, come soglie, percorsi, ambienti condivisi e luoghi intermedi
- le pratiche, come attività, scambi, incontri e forme di reciprocità
- le regole, come criteri di accesso, modalità d’uso e responsabilità.
Anche alcuni dettagli progettuali possono assumere un ruolo significativo: ingressi posti a breve distanza, panchine davanti alle abitazioni, finestre basse, percorsi pedonali, recinzioni che proteggono senza interrompere la visibilità.
Non obbligano le persone a socializzare. Rendono però più probabili le micro-interazioni: un saluto, una breve conversazione, una richiesta, il riconoscimento reciproco.
Una comunità non deve essere uniforme
L’unione non cancella le differenze.
Una comunità molto coesa può offrire sostegno e appartenenza. Può però anche diventare chiusa, selettiva o poco disponibile verso chi non condivide le stesse abitudini.
Per questo è utile distinguere tre tipi di legame:
- quelli tra persone simili, che alimentano appartenenza e sostegno
- quelli tra persone differenti, che favoriscono confronto e apertura
- quelli con istituzioni pubbliche e organizzazioni di più grandi dimensioni, che rendono disponibili risorse e capacità di incidere.
Un progetto di abitare collaborativo dovrebbe tenere insieme questi tre livelli. Non soltanto rafforzare la comunità interna, ma anche gettare ponti con il quartiere e mantenere un rapporto aperto con il territorio.
L’obiettivo non è una comunità nella quale tutti condividano tutto. È uno spazio comune nel quale differenze di età, reddito, capacità e storia personale possano entrare in relazione.
Eppure, perché una comunità plurale sia possibile, occorre innanzitutto poter accedere alla casa.
Rendere accessibile significa entrare e poter restare
L’accessibilità non accade da sola.
Nella presentazione abbiamo ripreso una frase di Dan Hill e Mariana Mazzucato:
«La casa è accessibile se viene resa accessibile.»
La frase sposta l’attenzione dal prezzo finale al sistema che lo determina.
L’accessibilità economica dipende dal costo del suolo, dalla remunerazione attesa dal capitale, dalle condizioni del finanziamento, dalla durata del debito, dalle garanzie richieste, dai contributi pubblici e dalla forma della proprietà.
L’equità abitativa si misura quindi su due soglie:
- quanto capitale serve per entrare
- quanto reddito serve per restare.
Un canone contenuto non è sufficiente se la quota iniziale esclude chi non dispone di risparmi. Allo stesso modo, un accesso agevolato non è equo se il costo mensile compromette stabilmente le altre dimensioni della vita.
Bancabile per chi, accessibile per chi?
Il costo del denaro arriva fino alla casa.
La produzione di housing sociale deve tenere insieme due condizioni:
- la bankability, ossia la capacità del progetto di restituire il capitale
- l’affordability, ossia la possibilità degli abitanti di sostenerne il costo.
Un progetto può risultare finanziariamente sostenibile e, nello stesso tempo, essere inaccessibile alle persone alle quali dovrebbe rivolgersi.
Tassi, durata, garanzie e periodi di preammortamento non restano confinati nei piani finanziari. Si trasferiscono sui canoni, sulle quote iniziali e sulla qualità dei servizi.
La domanda non è quindi soltanto: “Il progetto trova finanziamento?”. Occorre aggiungere: “A quali condizioni e con quali conseguenze per chi abiterà?”.
Accessibile oggi, accessibile domani
Il tempo mette alla prova l’equità.
Un’abitazione sostenuta da risorse pubbliche o collettive può essere accessibile al primo abitante e perdere in seguito la propria funzione sociale. Accade quando la successiva vendita sul mercato privatizza il valore prodotto da quell’investimento.
Altri strumenti provano invece a tutelare l’accessibilità nel lungo periodo:
- proprietà collettiva
- diritto d’uso
- limiti alla rivendita
- price cap
- community land trust
- governance plurale.
In questo caso la casa non viene soltanto resa accessibile oggi. Rimane accessibile anche per chi verrà dopo.
L’esperienza suggerisce dunque che il cosiddetto “low cost” non dovrebbe derivare da una riduzione indiscriminata della qualità. Può derivare, piuttosto, da una coalizione locale capace di allineare patrimonio, finanza, risorse pubbliche e finalità sociali.
Rendere accessibile è quindi la condizione d’ingresso. Ma entrare in una casa non significa ancora poter incidere sul proprio abitare.
Fare insieme significa condividere decisioni
“Insieme” è una parola esigente.
Può indicare una relazione fra persone, ma anche un diverso modo di ideare, realizzare e gestire un progetto.
Per capirne la portata occorre porre una domanda concreta:
Chi decide che cosa, per chi?
Il punto è distinguere fra:
- chi assume le decisioni
- chi mette a disposizione risorse, lavoro e competenze.
Gli abitanti possono partecipare a riunioni, compilare questionari, fornire indicazioni o svolgere attività senza avere alcun controllo sulle decisioni essenziali.
La partecipazione non si misura da quanto fanno gli abitanti, ma da quanto possono decidere.
Il principio “Niente su di noi senza di noi”, richiamato attraverso James I. Charlton, può quindi diventare: niente sull’abitare senza gli abitanti.
Questo non significa trasferire ogni scelta alla comunità. Significa rendere trasparente la distribuzione del potere.
Al promotore competono sostenibilità economica, risorse, garanzie e responsabilità complessive. Al progettista competono qualità spaziale, fattibilità, sicurezza e traduzione tecnica. Agli abitanti deve essere riconosciuta la possibilità di influire sulle dimensioni che riguardano l’uso, la convivenza, la gestione e l’evoluzione degli spazi.
Codesign e coproduzione assumono valore proprio qui: quando modificano non soltanto il progetto, ma anche il processo attraverso cui il progetto prende forma.
E questo passaggio interroga direttamente la figura dell’architetto.
Trasformare significa ampliare il campo del progetto
L’architettura ha molti autori.
Promotori, progettisti, consulenti, costruttori, amministrazioni, gestori e abitanti contribuiscono in forme differenti alla produzione di un edificio e alla sua successiva vita.
La domanda di Peggy Deamer, richiamata durante l’intervento, rende visibile questa pluralità:
«Chi, tra progettista, costruttore e proprietario, poteva affermare che quella casa fosse davvero sua?»
Riconoscere la natura collettiva della produzione architettonica non riduce il ruolo dell’architetto. Lo rende più aderente alla complessità del processo.
Dall’autore esclusivo al soggetto competente
La competenza non scompare. Cambia posizione.
L’architetto non è più l’unica origine delle decisioni, ma un soggetto competente all’interno di una rete di conoscenze, responsabilità e interessi.
Il passaggio può essere descritto come quello dall’esperto che decide all’esperto che abilita.
L’esperto che decide:
- definisce unilateralmente i bisogni
- prescrive una soluzione
- consegna un prodotto.
L’esperto che abilita:
- fa emergere desideri e conflitti
- rende leggibili le alternative
- mette a disposizione strumenti
- esplicita conseguenze e vincoli
- sostiene decisioni informate
- tutela la qualità dell’insieme.
Abilitare non significa essere neutrali. Il progettista conserva la responsabilità su accessibilità, qualità spaziale, durata, sostenibilità e fattibilità. Cambia però il modo in cui quella responsabilità viene esercitata.
Dall’oggetto al processo
Anche il progetto cambia natura.
Il progetto come oggetto privilegia forma, immagine, prestazione e soluzione conclusa.
Il progetto come processo comprende anche relazioni, decisioni, responsabilità, apprendimento e adattamento.
Non significa progettare meno. Significa progettare un campo più ampio.
L’architetto continua a occuparsi di stanze, soglie, strutture e materiali. Ma si interroga anche su:
- quali usi diventeranno possibili
- quali gradi di privacy saranno disponibili
- come verranno gestiti gli spazi condivisi
- chi parteciperà alle decisioni
- quali ambienti potranno cambiare funzione
- come l’edificio entrerà in relazione con il quartiere.
Progettare con gli abitanti non riduce la responsabilità dell’architetto. La estende dal controllo della forma alla qualità del processo e dei suoi esiti.
L’abitare collaborativo come apprendimento aperto
Il cantiere non è l’ultima parola.
Il percorso presentato a Chieti suggerisce che la qualità dell’abitare non possa essere valutata soltanto attraverso superfici, prestazioni energetiche e dotazioni.
Occorre domandarsi anche:
- la soluzione sostiene le persone durante le fragilità?
- il costo permette di entrare e restare?
- gli spazi favoriscono relazioni senza imporle?
- la comunità rimane aperta alle differenze?
- gli abitanti possono incidere sulle decisioni?
- il progetto accetta usi e adattamenti nel tempo?
L’abitare collaborativo non offre una risposta unica a queste domande. Offre un laboratorio nel quale osservarle, metterle alla prova e trasformarle in apprendimenti trasferibili.
Per chi produce offerta abitativa, la sfida è passare dalla consegna di alloggi alla costruzione di sistemi capaci di sostenere vita quotidiana e valore condiviso.
Per chi progetta, la sfida è ampliare il campo del progetto: dallo spazio da consegnare alle condizioni che permettono di abitarlo.
Per gli abitanti, la possibilità è passare dal ruolo di destinatari a quello di co-produttori.
Il buon abitare si costruisce insieme progettando condizioni di cura accessibilità relazione e partecipazione.
Resta allora una domanda aperta: quanto potere siamo disposti a condividere perché l’abitare collaborativo diventi davvero un diverso modo di produrre casa, relazioni e comunità?
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