Perché l’abitare collaborativo interroga il ruolo pubblico oggi
Un luogo, delle persone, una domanda aperta
Domenica scorsa, a Le CaseFranche di Forlì, il confronto sull’abitare collaborativo, oltre a interrogarci sul ruolo abilitante dell’architettura, ha riportato al centro una questione che attraversa ormai ogni territorio.
Che cosa deve fare oggi il settore pubblico quando parla di casa?
Non è una domanda tecnica.
È una domanda politica, culturale, sociale.
Ed è una domanda che riguarda il cohousing, l’abitare sociale, le comunità intenzionali, tutto ciò che possiamo definire abitare (extra)ordinario.
Quando costruire non basta
Costruire abitazioni è necessario.
Ma non è sufficiente.
Il punto non è soltanto quante case vengono realizzate, bensì che tipo di traiettoria assumono nel tempo.
Molti interventi nascono come risposte pubbliche o para-pubbliche e finiscono, qualche anno dopo, assorbiti dal mercato immobiliare ordinario.
Quando questo accade, lo sappiamo bene:
l’accesso si restringe, i prezzi aumentano, la funzione sociale si indebolisce.
L’abitare collaborativo si colloca esattamente in questo spazio critico, introducendo meccanismi che separano l’uso dell’abitazione dalla sua valorizzazione finanziaria.
Il punto centrale: tenere la casa fuori dalla speculazione
C’è un obiettivo che, più di ogni altro, dovrebbe guidare l’azione pubblica nel sostenere questi modelli:
evitare che la casa torni a essere un asset speculativo dopo la costruzione.
Questo significa progettare non solo l’edificio, ma le condizioni giuridiche, economiche e gestionali che lo accompagnano per decenni.
Significa, ad esempio, lavorare con:
- cooperative di abitanti in cessione d’uso
- diritti di superficie di lunga durata su suolo pubblico
- vincoli chiari che impediscono la dismissione nel mercato libero
- regole che mantengono l’accessibilità lungo l’intero ciclo di vita dell’immobile
Qui sta la differenza sostanziale.
Non nel linguaggio, ma negli esiti concreti.
L’abitare collaborativo restituisce alla casa la sua funzione primaria come bene d’uso e diritto sociale e non come bene di investimento.
Gli obiettivi del settore pubblico nel favorire questi modelli
Se osserviamo l’abitare collaborativo come strumento di politica abitativa strutturale, emergono obiettivi chiari e coerenti.
1. Garantire accesso stabile e duraturo
Non interventi temporanei o emergenziali, ma soluzioni che accompagnano le persone nel tempo, riducendo l’insicurezza abitativa.
2. Ampliare l’offerta oltre il mercato
Superare il dualismo proprietà/affitto significa offrire risposte anche a chi resta escluso pur lavorando, studiando, vivendo stabilmente nei territori.
3. Rafforzare comunità e responsabilità condivise
L’abitare collaborativo non riguarda solo l’alloggio, ma la gestione collettiva, gli spazi comuni, la corresponsabilità tra abitanti.
4. Preservare la funzione sociale degli immobili
Il successo non è l’inaugurazione, ma la capacità di restare abitare sociale nel tempo, senza slittamenti progressivi verso il mercato.
Nessuna scorciatoia: non è una soluzione immediata
Serve chiarezza.
L’abitare collaborativo non ha oggi una massa critica sufficiente per incidere rapidamente sui meccanismi di mercato.
I numeri sono contenuti.
Anche nei contesti più avanzati, queste esperienze rappresentano una quota minoritaria del patrimonio abitativo complessivo.
Questo non le rende marginali, ma richiede realismo.
Chi promette risultati immediati sbaglia diagnosi.
Una leva nel medio-lungo periodo
Il valore dell’abitare collaborativo si manifesta nel tempo.
Quando:
- gli strumenti vengono replicati
- le regole diventano stabili
- le amministrazioni maturano competenze dedicate
- le comunità di abitanti si consolidano
Nel medio-lungo periodo, questi modelli possono incidere perché stabilizzano porzioni di patrimonio abitativo che non rientrano più nella competizione di mercato.
Ed è proprio questa stabilità a fare la differenza.
Non da soli: l’importanza di un ecosistema plurale
L’abitare collaborativo non è una soluzione autosufficiente.
Il suo potenziale cresce quando è parte di un ecosistema di modelli abitativi alternativi al mercato immobiliare, che comprende:
- cohousing
- abitare sociale
- cooperative di abitanti
- comunità intenzionali
- forme pubblico-comunitarie di gestione
Insieme, questi modelli possono incidere sulla struttura dell’offerta.
Isolati, rischiano di restare esperienze esemplari ma limitate.
Un invito esplicito: fare fronte comune verso la PA
Da qui nasce una responsabilità condivisa.
I diversi modelli abitativi alternativi devono fare fronte comune nel dialogo con la Pubblica Amministrazione.
Non per uniformarsi.
Ma per essere riconosciuti come campo strutturato, con bisogni, strumenti e obiettivi coerenti.
Fare fronte comune significa:
- chiedere politiche stabili, non bandi episodici
- evitare competizione interna su risorse scarse
- presentare visioni di lungo periodo
- rafforzare la capacità della PA di apprendere e accompagnare
Solo così si passa dal progetto pilota alla politica pubblica.
Il cambiamento più profondo è culturale
Oltre alle norme e agli strumenti, resta un passaggio decisivo.
Questi modelli cambiano lo sguardo sulla casa.
Non più merce.
Non più garanzia patrimoniale individuale.
Ma infrastruttura sociale.
L’abitare collaborativo restituisce alla casa la sua funzione primaria come bene d’uso e diritto sociale e non come bene di investimento.
L’obiettivo non è moltiplicare eccezioni, ma rendere praticabili e riconoscibili forme (extra)ordinarie di abitare, capaci di durare nel tempo.
Una domanda finale
Se la casa è un diritto,
chi ne garantisce la funzione sociale tra venti o trent’anni?
È da questa domanda che passa il futuro del cohousing, dell’abitare sociale e delle comunità intenzionali.
Ed è da qui che passa il senso del lavoro quotidiano di MeWe®.