Non c’è nessun posto bello come casa
L’intramontabile citazione del Mago di Oz per bocca di Dorothy del lontano 1939, non è mai stata così attuale quanto oggi; già, perchè la pandemia, il lockdown e la conseguente limitazione della propria libertà personale e spaziale ha posto ancor di più la necessità dell’essere umano di una casa “isola” in cui ripararsi dalle tempeste della vita.
Una casa “spaziosa” e ricca di luce in cui il senso di pienezza prende corpo e linfa. A fronte di un bisogno ancestrale, però, ci si scontra subito con la fredda realtà: un’abitazione grande, con terrazzo e giardino –e, magari, anche con un posticino tranquillo dove posso fare smartworking senza spostare tutto a fine giornata oppure con un altro angolino in cui il figlio può fare la DAD senza disturbarmi quando lavoro- ha un costo decisamente superiore rispetto al classico bilocale da condominio (spesso più mono che bilo per fattezze e metratura). E se non si è divi del cinema hollywoodiano che possono permettersi castelli sul lago di Como, ma si appartiene alla cosiddetta generazione mille euro o si fa parte del nutrito team della cessione del quinto dello stipendio, il sogno di una casa circondata dal verde per fare anche un po’ di orto e con una spaziosa sala da pranzo per invitare un buon numero di amici rischia di trasformarsi in mera utopia oltreché generare frustrazione emotiva.
Come conciliare quindi desiderio, aspettativa e contesto trasformando il tutto in opportunità? La risposta si chiama abitare condiviso o, per chi ha già più confidenza con il termine inglese, cohousing (letteralmente, modello abitativo che combina l’autonomia dell’abitazione privata e la condivisione di spazi e servizi comuni da parte di un gruppo limitato di nuclei famigliari, cioè la comunità intenzionale). Condividere quindi che, etimologicamente parlando, significa proprio “dividere con altri”.
Immaginiamo dunque più unità abitative dislocate in un’unica grande struttura comune. Si, è vero, la mente si sposta subito al campus americano con mattoncini a vista, enormi giardini e biblioteche coi banchi in legno. Eppure l’abitare condiviso e collaborativo è realtà consolidata anche in Italia. Una risposta alla solitudine che questa pandemia ha messo troppe volte in luce e al bisogno di non sentirsi soffocare dalle proprie quattro mura che, se devono essere “nido”, lo devono essere in tutto e per tutto.
Una casa per tutti, tutti per la casa
Certo non è pensabile di dover condividere la propria casa con perfetti sconosciuti. Proprio per questo motivo MeWe Abitare collaborativo, per i suoi cohousing, ha scelto di partire dalle comunità intenzionali per poi arrivare alla struttura fisica. Della serie: prima è necessario delineare comunità con necessità e aspettative comuni per trovare in seguito la giusta collocazione per le stesse.
Parlare di case gratis sarebbe sbagliato, ma di certo condividere alcuni spazi con chi possiede medesimi valori, bisogni e aspettative si rivela una soluzione vincente anche dal punto di vista economico.
Un abitare che si fonda quindi sulla relazione ancor prima che sull’estetica e la funzionalità degli ambienti; una sorta di quartiere di epoca lontana dove il vicino rappresentava la prima persona sui cui contare in caso di necessità.
E la nostra Italia ben si presta alla “grandezza”: sono molteplici i casermoni inabitati che possono tornare a nuova vita grazie all’abitare collaborativo o alle varie forme di abitare condiviso. Un sentiment vocativo da parte degli addetti ai lavori del settore che non puntano al profitto come obiettivo primario ma proprio alla comunità intenzionale.
Come abbiamo scritto anche in un precedente articolo sul nostro blog a noi di MeWe abitare collaborativo piace dire che con i nostri cohousing aiutiamo a realizzare “la casa accessibile nei costi per avere la libertà di seguire altre aspirazioni di vita”. Tale promessa sintetizza un pezzo della nostra vision che ci porta ad avere desiderio e ad adoperarci affinché la casa sia un bene più accessibile per molti, in modo che persone e famiglie possano fermarsi a pensare ai propri sogni e bisogni: la realizzazione delle loro case non deve esaurire tutte le altre opportunità e aspirazioni di vita. (MT)