Perché il futuro dell’abitare sociale non dipende solo dagli anziani, ma dalla qualità delle relazioni tra generazioni
Il cohousing è una comunità intenzionale che produce relazioni e non semplicemente una soluzione abitativa.
È una differenza sottile. Eppure è proprio in questa differenza che si nasconde una delle questioni più importanti aperte dalle nuove Linee guida nazionali sul Senior Cohousing e sul Cohousing Intergenerazionale.
Pubblicate in attuazione del D.Lgs. 29/2024, le Linee guida rappresentano un passaggio storico. Per la prima volta il legislatore italiano riconosce il cohousing come una componente delle politiche per l’invecchiamento attivo, l’inclusione sociale e le nuove forme dell’abitare. Un risultato atteso da anni da chi opera nel campo dell’abitare sociale.
Ma ogni passaggio normativo porta con sé un rischio: trasformare un fenomeno vivo e complesso in una categoria amministrativa.
È forse ciò che emerge confrontando il documento italiano con il recente paper pubblicato da Housing Learning and Improvement Network, una delle principali reti britanniche dedicate all’innovazione abitativa per l’invecchiamento.
La questione non riguarda ciò che le Linee guida contengono. Riguarda soprattutto ciò che non affrontano fino in fondo.
Tre aspetti appaiono particolarmente rilevanti.
Un limite poco discusso: cosa succede quando tutti invecchiano insieme?
Sembra un paradosso.
Il senior cohousing nasce per favorire l’autonomia delle persone anziane e contrastare la solitudine. Tuttavia proprio la sua composizione omogenea per età può generare, nel tempo, nuove fragilità.
Sul punto, è opportuno richiamare un tema raramente affrontato nel dibattito pubblico: quando una comunità è composta esclusivamente da persone anziane, è probabile che molti residenti sviluppino bisogni assistenziali nello stesso periodo della vita.
In una prima fase il mutuo supporto funziona bene.
I vicini si aiutano, condividono attività, si tengono reciprocamente informati. Gli inglesi utilizzano una formula efficace:
“Looking out for each other, but not looking after each other.”
Ovvero: prendersi cura della relazione, non sostituirsi ai servizi di assistenza.
Il problema emerge quando aumentano le condizioni di fragilità.
A quel punto il supporto reciproco può non essere più sufficiente e si apre quello che la letteratura internazionale definisce care gap, il vuoto tra assistenza informale e assistenza professionale.
Le Linee guida italiane dedicano ampio spazio ai servizi, alla governance e all’integrazione socio-sanitaria. Tuttavia affrontano solo marginalmente il tema delle soglie oltre le quali la comunità non è più in grado di sostenere autonomamente i propri membri.
Qui emerge una prima criticità.
Il rischio è rappresentare il senior cohousing come una soluzione potenzialmente valida per tutte le fasi dell’invecchiamento, senza approfondire sufficientemente le condizioni che richiedono il passaggio verso livelli diversi di supporto.
Ma questo è soltanto il primo elemento da considerare.
Il cohousing intergenerazionale è una variante o una strategia?
La domanda è semplice.
La risposta, invece, cambia il modo stesso di progettare le comunità.
Nelle Linee guida il Senior Cohousing e il Cohousing Intergenerazionale vengono descritti come modelli distinti, sostanzialmente paralleli.
Nello studio britannico basato su evidenze empiriche emerge invece una visione differente.
L’intergenerazionalità non rappresenta semplicemente una possibile variante dell’abitare collaborativo. Può costituire una strategia di lungo periodo per affrontare le trasformazioni demografiche e sociali che interessano le nostre città.
La differenza è profonda.
Nel senior cohousing le relazioni si sviluppano prevalentemente tra persone che attraversano fasi di vita simili.
Nel cohousing intergenerazionale le differenze diventano una risorsa.
Gli anziani mettono a disposizione esperienza, competenze, tempo e capacità relazionali.
I giovani apportano energie, reti sociali, supporto pratico e competenze digitali.
Le famiglie con bambini introducono nuove occasioni di incontro.
La comunità assomiglia maggiormente a un piccolo ecosistema sociale capace di distribuire responsabilità e opportunità tra generazioni diverse.
Qui emerge una seconda criticità.
Le Linee guida sembrano attribuire al cohousing intergenerazionale una funzione complementare rispetto al senior cohousing.
Potrebbe invece valere il contrario.
Potrebbe essere proprio l’intergenerazionalità a garantire nel tempo la sostenibilità sociale delle comunità.
Comprendere questo passaggio ci porta a una domanda ancora più interessante.
Le comunità cambiano. Le Linee guida quasi non ne parlano
Nulla resta fermo.
Nemmeno una comunità intenzionale.
Uno degli aspetti più stimolanti del paper britannico riguarda la natura dinamica del cohousing. Secondo l’autrice, anche le comunità intergenerazionali più equilibrate tendono a trasformarsi lentamente. Le persone restano a lungo perché stanno bene. Il turnover è ridotto. Di conseguenza la composizione anagrafica evolve e l’età media cresce progressivamente.
In altre parole, anche un cohousing nato come intergenerazionale può diventare, vent’anni dopo, una comunità prevalentemente senior.
È un fenomeno naturale.
Ed è proprio questa natura evolutiva che meriterebbe maggiore attenzione nella pianificazione.
Le Linee guida affrontano con precisione governance, regolamenti interni, modelli organizzativi e integrazione territoriale. Tuttavia considerano implicitamente la comunità come un sistema relativamente stabile.
Nella realtà le comunità attraversano cicli.
Entrano nuovi residenti.
Altri escono.
Cambiano le condizioni di salute.
Cambiano le esigenze familiari.
Cambiano persino gli spazi necessari.
La terza criticità riguarda quindi l’assenza di una prospettiva temporale.
Manca una riflessione strutturata su:
- ricambio generazionale;
- politiche di ingresso;
- bilanciamento delle età;
- adattamento degli alloggi nel corso del tempo;
- gestione dell’aumento progressivo delle fragilità.
Eppure proprio questi aspetti possono determinare il successo o il fallimento di una comunità nel lungo periodo.
Dall’abitare condiviso all’abitare evolutivo
Forse il punto centrale è questo.
Le nuove Linee guida hanno il merito di aver riconosciuto il cohousing come strumento di politica pubblica. Un passaggio fondamentale per promuovere nuove forme di abitare sociale.
Tuttavia sembra opportuo, se non necessario, un passaggio ulteriore.
Occorre passare da una visione del cohousing come risposta alla solitudine a una visione del cohousing come sistema sociale in evoluzione.
Un sistema che vive di relazioni.
Un sistema che attraversa fasi differenti.
Un sistema che deve essere progettato tenendo conto del tempo.
Per questa ragione tre possibili integrazioni alle Linee guida appaiono particolarmente utili:
1. Introdurre il tema del care gap
Ogni progetto dovrebbe prevedere strategie esplicite per accompagnare il passaggio da forme di supporto informale a forme di assistenza professionale quando necessario.
2. Rafforzare la centralità dell’intergenerazionalità
Non come semplice opzione progettuale, ma come possibile infrastruttura sociale capace di distribuire risorse, competenze e opportunità tra generazioni diverse.
3. Pianificare il ciclo di vita delle comunità
Le comunità cambiano. Di conseguenza anche la governance, i criteri di accesso e gli spazi abitativi dovrebbero essere pensati come elementi adattabili nel tempo.
Una domanda aperta per l’abitare del futuro
Il cohousing è una comunità intenzionale che produce relazioni e non semplicemente una soluzione abitativa.
Se accettiamo questa prospettiva, allora il vero tema non riguarda soltanto dove vivono le persone.
Riguarda come le persone attraversano insieme le diverse fasi della vita.
Per chi si occupa di abitare sociale, questa è probabilmente la questione più importante dei prossimi anni.
E forse anche la più urgente.
Perché il futuro dell’abitare (extra)ordinario non dipenderà esclusivamente dalla qualità degli edifici o dei servizi. Dipenderà dalla capacità di progettare comunità che sappiano trasformarsi nel tempo senza perdere la propria identità.
È qui che il confronto internazionale diventa prezioso.
Ed è qui che il dibattito sulle nuove Linee guida nazionali è appena iniziato.