Cohousing e abitare sociale: perché il futuro si gioca tra comunità e territorio

La qualità dell’abitare nasce dall’incontro tra comunità territorio e accessibilità C’è una scena che si ripete in molti progetti di cohousing. Senior o meno. Si discute di spazi comuni. Si ragiona sulla governance. Si progettano cucine condivise, sale polivalenti, orti e servizi mutualistici. Tutto giusto. Ma raramente la prima domanda è quella più importante. Dove […]

La qualità dell’abitare nasce dall’incontro tra comunità territorio e accessibilità

C’è una scena che si ripete in molti progetti di cohousing. Senior o meno.

Si discute di spazi comuni. Si ragiona sulla governance. Si progettano cucine condivise, sale polivalenti, orti e servizi mutualistici.

Tutto giusto.

Ma raramente la prima domanda è quella più importante.

Dove vivranno davvero le persone?

Non dentro l’edificio.

Nel territorio.

Le nuove Linee guida in materia di Senior Cohousing e Cohousing intergenerazionale, predisposte in attuazione dell’articolo 15 del D.Lgs. 29/2024, rappresentano un passaggio molto importante per il riconoscimento istituzionale del senior cohousing e del cohousing intergenerazionale in Italia. Il documento affronta temi fondamentali come inclusione sociale, autonomia, accessibilità, mobilità, integrazione sociosanitaria e partecipazione comunitaria.

Come MeWe® accogliamo con favore questo impianto.

Allo stesso tempo riteniamo che oggi il dibattito sull’abitare collaborativo debba compiere un passo ulteriore.

Perché il successo di una comunità intenzionale non dipende solamente dalla qualità degli spazi o dalla bontà delle relazioni interne.

Dipende dalla capacità di quella comunità di inserirsi in un ecosistema territoriale che favorisca autonomia, relazioni e partecipazione.

Ecco perché continuiamo a sostenere una convinzione semplice ma decisiva.

La qualità dell’abitare nasce dall’incontro tra comunità territorio e accessibilità.

Una ricerca empirica che sposta il punto di vista

Partiamo dai dati.

Una recente ricerca scientifica Factores de riesgo y protección en la vivienda colaborativa: impacto del entorno urbano en la calidad de vida (WHOQOL-BREF) ha analizzato cinque esperienze di housing collaborativo presenti in diverse città spagnole attraverso una metodologia particolarmente rigorosa per questo ambito di studio.

Gli autori hanno realizzato uno studio osservazionale multicentrico e trasversale, seguendo le linee guida internazionali STROBE (Strengthening the Reporting of Observational Studies in Epidemiology). La ricerca ha coinvolto 93 residenti di cinque comunità di abitare collaborativo localizzate in differenti contesti territoriali e ha utilizzato il questionario WHOQOL-BREF dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per misurare la qualità della vita percepita.

L’aspetto più interessante non riguarda soltanto i risultati.

Riguarda l’impostazione stessa dell’indagine.

I ricercatori non si sono limitati a osservare gli edifici o i modelli organizzativi. Hanno messo in relazione la qualità della vita con fattori territoriali misurabili come accessibilità, trasporto pubblico, prossimità ai servizi sanitari, condizioni economiche, caratteristiche urbane e livello di integrazione nel contesto locale.

In altre parole non hanno studiato soltanto la comunità.

Hanno studiato il rapporto tra persona, edificio, comunità e territorio.

Ed è proprio questa prospettiva sistemica che risulta particolarmente utile per leggere oggi il tema del cohousing, dell’abitare sociale e delle comunità intenzionali.

L’abitare non coincide con l’alloggio

Per molto tempo abbiamo pensato la casa come un oggetto.

Un appartamento.

Un edificio.

Una superficie espressa in metri quadrati.

Oggi sappiamo che questa lettura è insufficiente.

Le persone abitano molto più di una casa.

Abitano una rete di servizi.

Abitano opportunità.

Abitano relazioni sociali.

Abitano luoghi raggiungibili.

Le stesse Linee Guida sopra richiamate insistono correttamente sull’importanza dell’integrazione con il territorio, della connessione ai servizi socio sanitari e della mobilità accessibile.

Questo passaggio merita attenzione.

Perché sposta il baricentro del ragionamento.

Dall’edificio all’ecosistema.

Dal contenitore alle condizioni che rendono possibile una buona vita.

Perché la prossimità conta

Immaginiamo una persona anziana che vive in una comunità di senior cohousing.

La casa è confortevole.

Gli spazi comuni funzionano.

Le relazioni sono positive.

Ma la fermata dell’autobus è lontana.

La farmacia richiede uno spostamento complesso.

I servizi sanitari non sono facilmente raggiungibili.

A quel punto emerge una contraddizione.

L’autonomia promessa dal progetto rischia di ridursi progressivamente.

Non per una carenza della comunità.

Per una carenza del contesto.

Lo stesso vale per una famiglia o per un giovane che scelgano una forma di cohousing intergenerazionale.

La qualità dell’esperienza dipenderà anche dalla vicinanza di scuole, servizi educativi, spazi pubblici, attività culturali e opportunità di mobilità.

Per questo la localizzazione non può essere considerata un dettaglio tecnico.

È una componente fondamentale della qualità della vita.

La qualità dell’abitare nasce dall’incontro tra comunità territorio e accessibilità

Le esperienze più interessanti di abitare collaborativo condividono una caratteristica comune.

Non si chiudono in sé stesse.

Dialogano con il territorio.

Collaborano con associazioni.

Partecipano alla vita del quartiere.

Mettono in circolo risorse e competenze.

Le Linee guida sottolineano l’importanza dell’integrazione con il tessuto sociale locale, del rapporto con il Terzo Settore, dei servizi territoriali e delle reti di prossimità.

Come MeWe® riteniamo che questo sia il cuore dell’abitare (extra)ordinario.

Una comunità intenzionale non dovrebbe essere un’isola.

Dovrebbe essere un nodo attivo all’interno di una rete più ampia di relazioni sociali e territoriali.

Il tema delle aree interne

Qui si apre una riflessione particolarmente attuale.

Le stesse Linee Guida attribuiscono grande importanza ai processi di rigenerazione urbana, al recupero del patrimonio inutilizzato e alle opportunità offerte dai piccoli comuni e dalle aree interne.

Si tratta di una prospettiva che condividiamo.

Le aree interne italiane custodiscono un patrimonio straordinario fatto di edifici sottoutilizzati, capitale sociale, qualità ambientale e identità locale.

Molti borghi potrebbero diventare laboratori di innovazione nell’abitare sociale.

Tuttavia occorre evitare un equivoco.

Non basta recuperare un immobile.

Non basta valorizzare un borgo.

Occorre garantire condizioni di accessibilità.

Un progetto di cohousing collocato in un’area interna può offrire una qualità della vita elevatissima se dispone di collegamenti efficienti, servizi sanitari raggiungibili e opportunità di partecipazione sociale.

Se queste condizioni mancano, il rischio è quello di trasferire sui residenti costi economici e sociali invisibili.

La questione quindi non è scegliere tra città e aree interne.

La questione è progettare aree interne capaci di garantire accessibilità, servizi e connessioni.

Alcuni suggerimenti per il dibattito pubblico

La ricerca spagnola e le stesse Linee guida suggeriscono indirettamente alcune piste di lavoro che meritano di essere approfondite.

Introdurre criteri territoriali nelle valutazioni dei progetti

Accanto agli aspetti sociali ed edilizi sarebbe utile valutare sistematicamente la qualità del contesto territoriale.

Accessibilità.

Trasporti.

Servizi sanitari.

Spazi pubblici.

Servizi di prossimità.

Questi elementi incidono direttamente sulla qualità della vita.

Misurare il benessere nel tempo

L’utilizzo di strumenti validati come il WHOQOL-BREF consentirebbe di monitorare non soltanto la sostenibilità economica dei progetti ma anche il loro impatto sulla vita delle persone.

Rafforzare il dialogo tra urbanistica e welfare

Le politiche per l’abitare, la mobilità, la sanità territoriale e i servizi sociali continuano troppo spesso a procedere separatamente.

L’abitare collaborativo mostra invece quanto questi ambiti siano interdipendenti.

Sostenere l’accessibilità delle aree interne

Investire nei piccoli comuni significa investire anche nei collegamenti, nella mobilità e nei servizi essenziali.

Solo così le aree interne potranno diventare realmente attrattive.

Valorizzare le reti locali

Un progetto di abitare sociale non dovrebbe essere valutato soltanto per ciò che accade al suo interno.

Dovrebbe essere valutato anche per la sua capacità di attivare relazioni e opportunità sul territorio.

Dall’edificio all’ecosistema

Siamo probabilmente entrati in una nuova fase dell’abitare collaborativo.

La prima stagione del cohousing ci ha insegnato il valore della comunità.

La seconda ci sta insegnando qualcosa di altrettanto importante.

Le comunità prosperano quando sono inserite in territori capaci di sostenerle.

Un ecosistema abitativo comprende molto più di un immobile.

Comprende trasporti.

Comprende servizi.

Comprende spazi pubblici.

Comprende cultura.

Comprende welfare di prossimità.

Comprende relazioni.

Le nuove Linee Guida rappresentano un’importante opportunità per sviluppare questa riflessione e accompagnare la crescita dell’abitare sociale in Italia.

L’abitare (extra)ordinario nasce dall’incontro tra persone e luoghi

Talvolta pensiamo che l’innovazione nell’abitare riguardi tecnologia, edilizia o domotica.

Sono aspetti importanti.

Ma spesso l’innovazione più significativa riguarda altro.

Riguarda il modo in cui progettiamo la relazione tra persone e luoghi.

Le nuove politiche per il senior cohousing e il cohousing intergenerazionale ci ricordano che autonomia, partecipazione, inclusione e comunità sono elementi imprescindibili di una buona vita.

La ricerca spagnola sviluppata secondo il protocollo STROBE e basata sul questionario WHOQOL-BREF aggiunge una lezione ulteriore. La qualità della vita non dipende soltanto dagli edifici o dai modelli organizzativi. Dipende dall’interazione tra persone comunità e territorio.

Come MeWe® crediamo che il futuro del cohousing, dell’abitare sociale e delle comunità intenzionali si giochi proprio qui.

Nella capacità di progettare luoghi accessibili.

Nella capacità di mettere in relazione comunità e territorio.

Nella capacità di costruire ecosistemi che favoriscano autonomia, relazioni e benessere.

Perché, in fondo, il vero abitare (extra)ordinario non nasce semplicemente dalla condivisione degli spazi.

La qualità dell’abitare nasce dall’incontro tra comunità territorio e accessibilità.