Perché il problema non è eliminare l’informale ma riconoscere ciò che produce
Ogni città custodisce i suoi paradossi. Alcuni sono invisibili. Altri si impongono con la forza dell’evidenza.
Spin Time è uno di questi.
Da un lato è un’occupazione. Dall’altro è un luogo che ospita persone, costruisce relazioni, offre servizi, produce cultura, organizza mutualismo e genera inclusione. È contemporaneamente un problema per il diritto amministrativo e una soluzione per molte persone che non trovano risposta nel mercato abitativo o nel welfare pubblico.
E qui emerge una domanda che attraversa sempre più spesso il dibattito internazionale sull’abitare:
L’informalità è davvero il problema?
Oppure il problema consiste nel fatto che molte funzioni sociali essenziali vengono oggi prodotte soltanto attraverso forme informali?
Una parola che spiega poco
Le parole contano.
Per decenni, ma ancor oggi, abbiamo utilizzato il termine informalità come sinonimo di:
- abusivismo;
- irregolarità;
- mancanza;
- illegalità.
Eppure le ricerche più recenti mostrano qualcosa di diverso.
Le periferie del sud del mondo non sono semplicemente spazi informali. Sono luoghi nei quali le famiglie costruiscono complesse strategie di sopravvivenza utilizzando la casa come infrastruttura economica e sociale.
Le tendopoli o similari del nord del mondo non rappresentano una deviazione temporanea dall’ordine urbano. Sono una forma stabile di produzione dello spazio abitativo.
Gli occupanti di molte città europee raccontati da Saila-Maria Saaristo non vivono fuori dalle istituzioni. Vivono dentro un intreccio continuo di norme, deroghe, negoziazioni e pratiche amministrative.
Il confine tra formale e informale appare quindi sempre più poroso.
Non due mondi separati ma un continuum.
Ed è proprio questa intuizione che ci aiuta a leggere casi come Spin Time.
Ma questo è solo l’inizio di una trasformazione più profonda.
L’informalità come infrastruttura sociale
Cambiamo prospettiva.
Immaginiamo di non guardare Spin Time attraverso la lente della proprietà.
Immaginiamo invece di osservarlo attraverso la lente delle funzioni.
Che cosa produce concretamente?
Produce abitazione.
Produce reti di solidarietà.
Produce accesso a servizi.
Produce welfare.
Produce relazioni.
Produce cittadinanza.
In altre parole produce ciò che molti studiosi definirebbero una infrastruttura sociale.
Non è soltanto un edificio.
È un dispositivo collettivo che consente alle persone di vivere, organizzarsi e restare nella città.
Riconoscere l informalità significa riconoscere le funzioni sociali che rendono possibile la vita urbana
La vera questione diventa allora un’altra:
Se questa infrastruttura svolge funzioni pubbliche come può essere riconosciuta dalle politiche pubbliche?
È una domanda che sposta radicalmente il piano del dibattito.
Non più:
“Come eliminare l’occupazione?”
Ma:
“Come governare una funzione sociale esistente?”
Le implicazioni di questa scelta si rivelano in alcune possibili famiglie di politiche pubbliche.
Una tassonomia delle politiche del riconoscimento
Prima categoria: l’uso civico urbano
La funzione prima della proprietà.
È la soluzione che mantiene la maggiore distanza dalla proprietà (privata o pubblica che sia).
Qui il riconoscimento non riguarda chi possiede il bene.
Riguarda il suo utilizzo.
L’ente pubblico riconosce che un immobile:
- produce valore sociale;
- svolge funzioni di interesse collettivo;
- genera benefici pubblici.
L’edificio resta formalmente pubblico o privato.
Ma il suo utilizzo viene affidato a una comunità organizzata.
La proprietà resta immobile la funzione viene riconosciuta.
È il modello più vicino alla logica dei beni comuni urbani.
Seconda categoria: il Community Land Trust
Sottrarre il territorio alla speculazione.
Qui il salto è più ambizioso.
In questo caso la comunità sceglie di sottrarre definitivamente il terreno alla speculazione immobiliare.
La proprietà della terra diventa collettiva.
Le famiglie mantengono diritti di utilizzo e abitazione.
Il valore fondiario non può più essere catturato dal mercato.
Questa soluzione non si limita a riconoscere l’esistente.
Costruisce una nuova istituzione urbana.
Non protegge soltanto le persone protegge il territorio dalla speculazione futura.
Ma questo è solo il primo gradino di una scala più ampia.
Terza categoria: l’infrastruttura di welfare comunitario
Valutare gli effetti invece dell’origine.
Molti spazi informali svolgono funzioni che normalmente associamo ai servizi pubblici:
- sostegno abitativo;
- orientamento;
- mediazione sociale;
- inclusione;
- supporto educativo.
In questa prospettiva l’amministrazione non valuta la regolarità dell’origine dello spazio.
Valuta gli effetti prodotti.
L’immobile diventa così una infrastruttura sociale accreditata.
Una struttura ibrida tra welfare territoriale e autorganizzazione comunitaria.
La vera rivoluzione però si nasconde altrove.
Quarta categoria: la co-gestione pubblico comunitaria
Tra tolleranza e sgombero esiste una terza via.
Molti conflitti nascono da un equivoco.
Si pensa che l’alternativa sia soltanto tra tolleranza e sgombero.
Esiste invece una terza possibilità.
La co-gestione.
L’ente pubblico:
- mantiene la proprietà;
- garantisce sicurezza e investimenti.
La comunità:
- gestisce gli spazi;
- programma le attività;
- mantiene il radicamento sociale.
Si determina così una forma di responsabilità condivisa.
Non più una tolleranza precaria.
Non ancora una privatizzazione.
Una governance comune.
Quinta categoria: la sperimentazione urbana
L’informalità spesso anticipa il futuro.
Molte esperienze di cohousing, mutualismo o rigenerazione dal basso sono nate proprio così.
Attraverso pratiche inizialmente considerate marginali.
Per questo una politica pubblica potrebbe considerare alcuni spazi come:
laboratori di innovazione abitativa.
Spazi da osservare.
Valutare.
Accompagnare.
Non necessariamente da normalizzare immediatamente.
Ciò che oggi appare anomalo può diventare domani patrimonio condiviso della città.
Sesta categoria: il diritto alla permanenza
Restare conta più che possedere.
Molte lotte urbane contemporanee non chiedono proprietà.
Chiedono permanenza.
È una differenza enorme.
Le comunità vogliono poter restare.
Mantenere relazioni.
Conservare reti sociali.
Proteggere infrastrutture di prossimità costruite nel tempo.
Il principio è semplice:
Le persone non devono essere espulse semplicemente perché il contesto urbano diventa più appetibile economicamente.
Le città europee stanno entrando sempre più in questa stagione.
Una stagione nella quale il diritto alla permanenza rischia di diventare importante quanto il diritto di proprietà.
Una questione di sguardo
Tutto dipende da come guardiamo la città.
Alla fine il nodo non riguarda solo Spin Time. Anzi, le tante Spin Time in giro per il mondo.
Riguarda il modo in cui osserviamo i fenomeni urbani contemporanei.
Se l’informalità viene interpretata esclusivamente come assenza di legalità, le politiche tenderanno inevitabilmente verso:
- regolarizzazione;
- repressione;
- sgombero.
Se invece la leggiamo come modalità di produzione di abitazione, welfare e cittadinanza allora il campo delle possibilità si amplia enormemente.
Non significa celebrare ogni forma di informalità.
Non significa negare l’importanza delle regole.
Significa riconoscere che in molte città contemporanee alcune delle funzioni sociali più vitali vengono prodotte proprio in quegli spazi che il linguaggio amministrativo continua a definire irregolari.
Riconoscere l’informalità significa riconoscere le funzioni sociali che rendono possibile la vita urbana.
La vera sfida del futuro non sarà far sparire l’informalità.
La vera sfida sarà capire quali forme di vita urbana essa rende possibili e come costruire istituzioni capaci di riconoscerle senza distruggerle.
E forse è proprio da qui che dovremmo cominciare a interrogarci sul significato politico di esperienze come Spin Time.