Perché le città del futuro dovranno imparare a riconoscere ciò che oggi nasce ai margini
Immaginiamo (anche se in questa estate è più difficile che mai) una città in una gelida mattina d’inverno.
Le luci sono accese negli appartamenti privati. I servizi pubblici aprono lentamente. I mezzi iniziano a riempirsi. La città formale entra in funzione.
Poi ci sono altri luoghi.
Edifici occupati che ospitano famiglie. Spazi condivisi che distribuiscono cibo. Reti di mutuo aiuto che suppliscono alla carenza di servizi. Comunità che organizzano doposcuola, assistenza, cultura e sostegno abitativo.
Non compaiono nelle mappe ufficiali del welfare.
Eppure esistono.
Anzi, spesso funzionano.
Riconoscere l’informalità significa riconoscere le funzioni sociali che rendono possibile la vita urbana.
Se vogliamo comprendere il presente dell’abitare sociale e immaginare forme più avanzate di cohousing, comunità intenzionale e abitare (extra)ordinario, dobbiamo partire da qui.
Non dall’eccezione.
Dalla normalità.
Perché una parte crescente della città contemporanea si organizza attraverso pratiche che sfuggono alle categorie tradizionali della pianificazione urbana.
E questa è solo la punta dell’iceberg di un fenomeno molto più ampio.
Quando l’informalità smette di essere una devianza
Una domanda cambia tutto.
Per molti anni, ma anche oggi se conosciamo Spin Time, l’informalità è stata raccontata come sinonimo di:
- abusivismo;
- irregolarità;
- mancanza;
- degrado.
La prospettiva dominante è semplice.
Da una parte la città formale.
Dall’altra ciò che non rispetta le regole.
Eppure le ricerche più recenti sull’abitare mostrano qualcosa di diverso. L’informalità non appare più come una deviazione dall’ordine urbano. Appare piuttosto come una modalità attraverso cui intere popolazioni continuano ad accedere alla città in contesti caratterizzati da crisi abitativa, precarizzazione del lavoro e riduzione delle protezioni pubbliche.
Guardata da questa prospettiva, l’informalità non rappresenta l’assenza della città.
Rappresenta una diversa modalità di produrla.
Ed è proprio qui che emergono alcune chiavi di lettura capaci di superare la tradizionale opposizione tra diritto all’abitare e diritto di proprietà.
Dall’informalità come illegalità all’informalità come pratica sociale
Le persone vengono prima delle regole.
Le ricerche più innovative sull’informalità urbana mostrano che la maggior parte delle pratiche informali nasce come risposta a bisogni concreti.
Bisogno di una casa.
Bisogno di lavoro.
Bisogno di servizi.
Bisogno di prossimità.
Bisogno di rimanere nella città.
Se osserviamo questi fenomeni esclusivamente attraverso la lente della legalità rischiamo di non vedere ciò che realmente accade.
Un edificio occupato può essere contemporaneamente:
- una soluzione abitativa;
- una rete di assistenza reciproca;
- uno spazio culturale;
- una risposta collettiva all’emergenza.
Questo non significa ignorare le regole.
Significa comprendere che l’informalità spesso svolge funzioni che né il mercato né il welfare pubblico riescono più a garantire.
E qui emerge un primo insegnamento importante.
Le città non producono informalità soltanto perché mancano le regole.
La producono perché esistono bisogni che nessuno riesce più a soddisfare.
Ma questo è solo l’inizio di una trasformazione ancora più profonda.
Informalità e produzione dello spazio urbano
La città non la costruiscono soltanto le istituzioni.
Per molto tempo abbiamo immaginato la produzione urbana come un processo guidato principalmente da:
- pubbliche amministrazioni;
- operatori immobiliari;
- pianificatori;
- investitori.
Eppure una parte significativa delle città contemporanee nasce anche attraverso iniziative dal basso.
Autocostruzione.
Occupazioni.
Riusi temporanei.
Spazi comunitari.
Mutualismo.
Le persone non si limitano ad abitare la città.
La producono.
In molte periferie del mondo la casa non è soltanto un alloggio. È un laboratorio economico, un luogo di lavoro, una rete di sostegno familiare, una forma di protezione sociale.
Lo stesso accade in molte esperienze europee.
In questo senso l’informalità può essere letta come una forma di urbanizzazione.
Una urbanizzazione che emerge quando gli strumenti tradizionali della città formale non riescono più a garantire accessibilità economica e inclusione.
Comprendere questo principio ci porta a una domanda cruciale.
Se l’informalità produce città, come possiamo descriverne il rapporto con la dimensione formale?
La transitivity tra formale e informale
I confini sono più sfumati di quanto immaginiamo.
Una delle intuizioni più interessanti della recente letteratura urbana è il concetto di transitivity.
L’idea è semplice.
Formale e informale non sono due blocchi separati.
Sono condizioni che si trasformano continuamente.
Un’abitazione costruita regolarmente può diventare informale attraverso ampliamenti, suddivisioni, usi impropri.
Un insediamento informale può essere progressivamente riconosciuto, dotato di infrastrutture e integrato.
La città reale funziona così.
Attraverso continui passaggi, adattamenti e negoziazioni.
Questa prospettiva è particolarmente utile per leggere l’abitare contemporaneo.
Molte esperienze collaborative vivono infatti in territori ibridi:
- relazioni con le istituzioni;
- accordi temporanei;
- concessioni;
- forme di autogestione;
- riconoscimenti parziali.
La domanda non diventa più se uno spazio sia formale o informale.
La domanda diventa:
come si muove lungo questo continuum?
Tuttavia esiste un aspetto ancora più sorprendente.
Anche le istituzioni partecipano a questa zona grigia.
Informalità e governance
Lo Stato non sta sempre fuori dall’informalità.
Uno dei risultati più interessanti degli studi recenti consiste nel mostrare che l’informalità non riguarda soltanto gli abitanti.
Riguarda spesso anche le istituzioni.
Le amministrazioni:
- tollerano alcune pratiche;
- ne reprimono altre;
- sospendono norme;
- costruiscono accordi temporanei;
- negoziano soluzioni intermedie.
In altre parole l’informalità non è soltanto un fenomeno sociale.
È anche una modalità di governo.
Molte città europee convivono da anni con spazi che non sono pienamente riconosciuti ma nemmeno completamente rifiutati.
Questa situazione genera spesso incertezza.
Ma rivela anche una realtà importante.
Le istituzioni riconoscono implicitamente il valore di alcune funzioni sociali prodotte dall’informalità.
Il problema è che raramente dispongono di strumenti adeguati per governarle.
E qui arriviamo al cuore della questione.
Dalla repressione al riconoscimento
Forse stiamo facendo la domanda sbagliata.
Per decenni fino all’attualità, la discussione pubblica si è concentrata su come eliminare l’informalità.
Ma se l’informalità produce abitazione, welfare e inclusione, la domanda cambia radicalmente.
Non più:
Come farla sparire?
Ma:
Come riconoscerla?
Come governarla?
Come valorizzarne le funzioni positive limitandone le criticità?
Per il mondo dell’abitare sociale questa domanda è cruciale.
Perché molte delle pratiche oggi considerate innovative nascono proprio in questi territori di frontiera.
Cohousing.
Housing collaborativo.
Comunità intenzionali.
Spazi di mutualismo.
Forme di gestione condivisa.
Tutte queste esperienze mostrano che abitare non significa soltanto occupare uno spazio.
Significa costruire relazioni.
Ed è qui che emerge una seconda frase da portare con sé.
Riconoscere l’informalità significa riconoscere le funzioni sociali che rendono possibile la vita urbana.
Che cosa può insegnare tutto questo a MeWe®
Le risposte potrebbero essere più vicine di quanto pensiamo.
Per chi lavora nell’ambito dell’abitare sociale, dell’abitare collaborativo e del cohousing, questi fenomeni rappresentano un osservatorio prezioso.
Non perché l’informalità debba essere idealizzata.
Ma perché mostra bisogni reali.
Mostra pratiche emergenti.
Mostra capacità di autorganizzazione.
Mostra domande che il sistema abitativo tradizionale non riesce più a intercettare.
Molte delle sfide che affrontiamo oggi:
- accessibilità economica;
- inclusione;
- invecchiamento;
- solitudine;
- fragilità abitativa;
- costruzione di comunità;
compaiono già all’interno di questi laboratori urbani.
La vera opportunità consiste quindi nel cogliere ciò che queste esperienze ci insegnano.
Non per replicarle meccanicamente.
Ma per comprendere meglio come progettare nuove forme di abitare (extra)ordinario.
La città che verrà
Il futuro è già presente.
Le manifestazioni dell’informalità urbana non rappresentano una parentesi della modernità.
Rappresentano una delle risposte che le città stanno elaborando di fronte alla crisi congiunta del mercato abitativo e del welfare.
Per questo meritano di essere osservate con attenzione.
Non come anomalie.
Non come deviazioni.
Ma come indicatori di trasformazioni più profonde.
La sfida dei prossimi anni non sarà semplicemente produrre più abitazioni.
Sarà riconoscere e governare le nuove infrastrutture sociali che stanno emergendo dentro le città.
Perché in fondo il tema non riguarda soltanto l’abitare.
Riguarda il modo in cui scegliamo di vivere insieme.
E forse il cohousing, le comunità intenzionali e le altre forme di abitare collaborativo che MeWe® promuove da anni rappresentano proprio un ponte tra questi mondi.
Un ponte tra ciò che oggi appare marginale e ciò che domani potrebbe diventare parte integrante della città.