L’abitare collaborativo sta guadagnando sempre più attenzione come risposta concreta alle sfide abitative contemporanee. Ma sapevi che quando parliamo di cohousing non ci riferiamo a un modello unico e standardizzato? Dietro questa parola si nasconde un panorama ricco e diversificato di approcci all’abitare condiviso, ciascuno con caratteristiche proprie che riflettono contesti culturali, esigenze sociali e aspirazioni comunitarie differenti.
Il modello danese: la comunità vivente
Il cohousing danese (chiamato bofællesskab, letteralmente “comunità vivente”) nasce con l’intento specifico di costruire una comunità di persone accomunate da un forte senso di appartenenza al luogo e al gruppo. Si caratterizza per dimensioni contenute (12-38 unità abitative), edifici di 2-3 piani massimo e bassa densità abitativa. La circolazione esterna avviene principalmente lungo strade private e pedonali, con le vetture confinate ai margini del lotto.
Questo modello richiede lotti edificabili piuttosto estesi e pertanto è adottato prevalentemente in zone rurali o periferiche. Nel corso degli anni, si è assistito a una progressiva diminuzione dell’estensione dei singoli appartamenti a favore di un aumento dell’ampiezza degli spazi collettivi, con un notevole incremento nel numero di servizi e funzioni disponibili.
Il modello svedese: l’integrazione urbana
Il cohousing svedese (kollektivhus) nasce come risposta pragmatica al bisogno di maggiore autonomia femminile nella società industriale del XX secolo. Si differenzia dal modello danese principalmente per la tipologia abitativa impiegata: edifici compatti in linea, sviluppati su più piani.
La forma compatta e lo sviluppo verticale determinano una compressione degli spazi interni, in particolare di quelli destinati agli alloggi – notevolmente meno ampi rispetto al modello danese – quasi sempre collocati ai livelli superiori, lasciando i piani terra e primo alle funzioni collettive. Questa scelta dipende in parte da questioni funzionali e distributive, in parte dall’esigenza di facilitare gli aspetti relazionali tra cohousers.
Il rapporto visivo diretto fra interno ed esterno mira a costituirsi “strumento” per favorire l’inserimento della comunità nell’ambito della vita di quartiere, permettendo una reciproca interazione fra cittadini e residenti ed evitando l’effetto “ghetto” che talvolta si verifica in soluzioni più riservate. Questa soluzione facilita l’integrazione del cohousing in contesti urbani più densi.
Il modello olandese: l’organizzazione a cluster
Il cohousing olandese (centraal wonen) rappresenta una via intermedia tra i modelli danese e svedese. Dal modello danese assume l’ampia dimensione della comunità (qui più estese, fino a 50 unità), la ridotta altezza degli edifici e l’autonomia della Common House dalle unità abitative.
La peculiarità di questi insediamenti è la distribuzione degli alloggi in nuclei di 6-8 residenze detti cluster, che condividono soggiorno, camera da pranzo e cucina. Ne consegue una superficie destinata alle funzioni per tutta la comunità mediamente inferiore al modello danese e quasi mai provvista di ambienti per il pranzo collettivo.
Del modello svedese, invece, riprende l’organizzazione dei singoli cluster secondo microcomunità compatte, dotate di servizi autonomi e regole di gestione personalizzate, e una tendenza gestionale degli alloggi prevalentemente di proprietà pubblica o di organizzazioni no-profit finanziate dallo Stato. Questo approccio determina un piccolo villaggio autonomo dotato di regole proprie, all’interno del quale si sviluppano relazioni personali sempre più mirate all’equilibrio fra i pochi membri del singolo cluster.
Il modello tedesco: baugruppe e l’approccio liberista
In Germania, a partire dalla seconda metà del XX secolo, si sono sviluppate varie forme di abitare collettivo orientate alla ricerca di modalità di auto-aiuto. Tra queste, il baugruppe si caratterizza per un’impronta decisamente più liberista rispetto al cohousing tradizionale.
L’obiettivo principale di questo modello non è l’integrazione sociale ma il forte risparmio economico rispetto al mercato immobiliare privato. I futuri residenti si riuniscono in gruppi o cooperative affidando la realizzazione delle residenze all’impresa edile, talvolta sviluppando in prima persona i progetti o costruendoli in autorecupero, eliminando i costi di mediazione e diventando interlocutori diretti del costruttore.
Il risparmio economico che ne consegue consente la realizzazione di ulteriori locali destinati a un possibile uso collettivo: lavanderia, solarium, sale polifunzionali, deposito e officina di riparazione per biciclette, ecc. Le residenze baugruppe non presentano caratteristiche comuni tali da poterle definire dal punto di vista costruttivo, perché rispondono in gran parte alle esigenze dei singoli residenti-costruttori, alla loro spontanea iniziativa edificatoria e al rispetto della normativa edilizia locale.
L’evoluzione italiana e il potenziale inesplorato
In Italia, il cohousing ha assunto caratteristiche peculiari: è costituito da un numero molto ristretto di famiglie (anche meno di una decina) e un numero di individui che raramente raggiunge le trenta unità, evidenzia la scelta di una modalità abitativa fortemente impregnata di ideologie ambientaliste e sociali.
Non a caso proliferano orti biologici, forme alternative di riscaldamento e di approvvigionamento energetico, scambio di competenze mediante banche del tempo, allevamento di animali. Il modello nasce quindi dall’idea di comunità intesa come possibile risposta al disagio sociale, anche esterno alla propria casa, mediante risposte concrete presenti nel filone della solidarietà e del rapporto di buon vicinato.
Il cohousing assume, a volte, una forma concepita per accogliere numerose azioni volte a fornire distinte opportunità relazionali fra i membri della comunità in un’articolata differenziazione di spazi collettivi e privati, di percorsi, gerarchie e regole. È al piano terra che si concentrano le funzioni e di conseguenza le relazioni, le attività collettive, le occasioni di scambio e di rafforzamento della struttura sociale del cohousing. Ed è qui che si concretizza il delicato rapporto con ciò che vi è al di fuori della comunità, con il quartiere, il vicinato, la città “tradizionale”.
Il futuro dell’abitare collaborativo
In MeWe® abitare collaborativo crediamo che il futuro dell’abitare passi attraverso la contaminazione e l’ibridazione di questi diversi modelli, adattandoli alle specificità dei contesti locali e alle esigenze delle comunità.
Le città contemporanee stanno vivendo un fermento di iniziative spontanee di cittadini che tendono a generare spazi alternativi mediante trasformazioni e pratiche urbane partecipative. In questo contesto, le molteplici forme di abitare collaborativo richiedono attenzione e impegno analitico, per le implicazioni che investono il rapporto fra individui e spazi abitativi e il contributo che possono dare all’assetto urbano futuro.
La diversità dei modelli di cohousing dimostra la vitalità di questo settore e la sua capacità di adattarsi a contesti sociali, culturali ed economici differenti. Non esiste un “cohousing perfetto”, ma diverse interpretazioni dell’abitare collaborativo che rispondono a esigenze specifiche.
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